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“Ho un problema, può darmi un consiglio?"; "Ho saputo che lei può darmi consigli su come risolvere il mio problema". Sono solo alcune delle richieste che ci sentiamo rivolgere (e non solo come professionisti delle relazioni d’aiuto) da persone preoccupate, impaurite, spesso sfinite dalla sfiducia in loro o nella possibilità di riuscire. Spesso, si, siamo la loro ultima spiaggia.

Spesso questa domanda mi ha posto grande imbarazzo.

Siamo stati tutti educati e abituati a sapere cosa consigliare, a dire la nostra opinione… che ovviamente è sempre giusta. Ma giusta per chi?

Il primo giorno di Master, ci venne detto: “Il Counselor prima di tutto, non dà consigli! MAI!

È un po’ come il primo comandamento.  Da qui tutta la disciplina ne prende forma.

“E’ un’attività professionale che, quindi, tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. “[1]

Figo, pensavo, ma come si fa?

E infatti il mio più grande allenamento, durante i tre anni di Master, fu proprio quello di saper gestire il colloquio senza cadere nella tentazione di dare consigli e opinioni. Come il gioco del “perché” Tu sai che non devi rispondere alla domanda con il “perché”, ma ogni tanto inciampi e….DRIIN! Cartellino giallo!

E così, giù a segnare domande (poche!), sperimentare le migliori risposte, imparare a dribblare tra suppliche d’aiuto e sostegno, richieste di idee e soluzioni e scelte a volte così evidenti…ma evidenti per chi?

Come spesso accade, possiamo studiare la teoria, comprenderne il significato, imparare a metterla in pratica con maestria, ma se non se ne fa esperienza…niente, c’è sempre qualcosa che non torna, c’è sempre l’inciampo dietro l’angolo.

Dentro di me il consiglio prendeva sempre forma, in un modo o in un altro, l’esperienza mi aveva solo insegnato a tenere la bocca chiusa e a riformulare nel migliore modo per rivoltare la domanda.

Dentro di me, però, sapevo quale era la migliore risposta che il mio cliente (o il mio amico) doveva ricevere.

E chissà perché ogni volta che scivolavo e mi facevo portavoce di una riflessione o un punto di vista, la cosa non veniva accolta. Oppure, addirittura, i miei primi clienti, nonostante avessi fatto ogni sforzo per non fare uscire proprio niente, neanche una piccolissima smorfia di disapprovazione o di attesa, mi dicevano alla fine dell’incontro: “il consiglio che mi hai dato…”. Era passato, ma da dove? E aggiungevo: “Oddio, ora arriva la saetta del dio del Counseling e mi fulmina!”

Come sempre accade la vita e l’esperienza ti fanno comprendere.

Andando avanti nella vita, mi sono sempre più resa conto di quanto i consigli mi davano fastidio.

La prima volta che me ne resi conto, mi sembrò così strano…io che avevo sempre ricercato l’opinione altrui, io che ero sempre piena di dubbi e indecisioni, a me, proprio a me iniziavano a dare fastidio i consigli?!  E non perché non fossero buoni, anzi, ma quello che maggiormente mi irritava era che non erano richiesti.

Quante volte si dice ciò che va fatto, prima ancora di sentirsi chiedere un parere?

Mi sentivo proprio svalutata nella mia capacità di riflessione! Iniziavo a comprendere nel profondo il primo comandamento del Counselor.

Il Counseling è basato su due concetti chiave, che con la mia esperienza di vita stava prendendo coscienza e corpo.

Il primo è che ogni essere umano è unico come unica è la propria vita. Vita fatta di famiglie d’origine diverse, esperienze diverse, paure diverse, decisioni prese diverse, azioni ripetute nel tempo diverse…cioè una visione del mondo diversa; un modo unico e irripetibile di muoversi nel mondo.

Come posso io, anche conoscendo appieno l’altro, conoscendo totalmente la situazione in cui si ritrova il mio cliente, conoscendo le conseguenze, poter essere certa che la mia idea sia perfettamente vera ed efficace? Anche se ci fossi già passata, sicuramente la situazione non può essere la stessa. Io stessa sicuramente, non avevo preso in considerazione “nell’allora” tutte le opzioni “dell’oggi”. Ed ecco le risposte alle domande precedenti.

La mia opinione è giusta. Giusta per chi? Per me che ho fatto la mia esperienza, io che ho una certa famiglia, un certo pensiero e certe risorse o difficoltà. Ma non necessariamente lo è in un’altra situazione di vita.

La soluzione che vedo è ovvia ed evidente, come fa a non vederla? Per me è evidente, per me che non ci sto dentro con tutte le scarpe, per me che ho fatto o non ho fatto tale esperienza. Spesso la persona non comprende ciò che suggeriamo proprio perché ancora non “vede” la strada, perché è ancora un passo indietro o magari avanti e ha già vagliato quella opzione.

Quando ho capito nel profondo questi concetti, così apparentemente banali, la meraviglia e l’innamoramento verso l’essere umano è stata immensa. Mi sono emozionata nel pensare ad ogni persona nella propria interezza, nel proprio mondo a volte così complicato da perdersi, a volte così semplice da non poter vedere oltre il naso. In ogni caso, un mondo in cui non si vedono nel momento soluzioni, in cui le paure e le proprie debolezze la fanno da padrone.

Ed ecco di conseguenza il secondo concetto chiave: ognuno ha tutte le qualità per decidere e muoversi nella propria vita.

“Tutto ciò di cui ho bisogno è già dentro di me”

Io con la mia vita, con la mia unicità, con la mia irripetibilità, con il mio personale bagaglio di esperienze ed emozioni. Io, con tutto questo fino ad ora ce l’ho fatta. Ho saputo fin qui trovare le mie risorse, i miei aiuti esterni, ho lavorato duramente con pensieri, emozioni, azioni. Fin qui ce l’ho fatta. Fin qui ho sentito o non ho sentito i miei bisogni, fin qui li ho ascoltati o ignorati, fin qui ho vissuto o sopravvissuto. Fin qui tutto ha funzionato. Fin qui….

Ciò che sta accadendo ora è solo un momento di impasse, è qualcosa di nuovo, o qualcosa di vecchio che voglio cambiare e penso di non sapere come fare. E così cerco sostegno. Se avete deciso di andare da un Counselor o da un vero amico, non aspettatevi che vi dica cosa fare.

“Tu sai cosa fare”. Spesso nei primi minuti di colloquio, il Cliente, inconsapevolmente, mi dice apertamente come vuole risolvere la situazione, lui sa già. Io posso aiutarlo a dissipare la nebbia e “aiutare ad aiutarsi” a trovare la sua migliore strada.

Anche come amica, ormai mi rendo conto che non riesco più a consigliare. A volte questo mio modo di ascoltare e di aiutare chi mi sta accanto non viene capito, ma è più forte di me: mi sembra di svalutare, di banalizzare la bellezza e la completezza della vita di una persona.

E poi, mi dico: “tutte le mie esperienze di vita mi hanno complicato la visione del mondo” Non esiste una sola verità. Oggi non riuscirei a replicare nessuna delle mie esperienze, nessuno dei miei pensieri, nessuna delle mie emozioni. Erano vere in quel momento, e chissà se fosse stata proprio giusta… Paradossalmente, sì, più vado avanti, più mi sembra di essere più insicura nelle mie risposte, una volta così decise e risolute.

Oggi anche se so, non so. L’unica cosa certa è che credo. Credo che ognuno possa essere aiutato quando non sente, non vede, non fa. Credo che ognuno fin qui ce l’ha fatta, credo che ognuno ce la farà. E credo pienamente che una volta che comprenderà e farà, sarà libero e indipendente.

Sì, “ Più esperienze fai, meno consigli dai”

 

*Camilla Bernardini

Laurea in Conservazione dei beni culturali, Professional Counselor ad orientamento integrato. Esperta in Analisi Transazionale. Si occupa in di Counseling Adolescenziale e Familiare e di Counseling in acqua. Docente presso GESTALT INSTITUTE,  Master Triennale in Gestalt Counseling Integrato. Padova/Mestre



[1] Da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Counseling

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