Tempo fa’ sono stato consultato da Cristina, una giovane donna di circa 35 anni, che ha fissato un incontro con me per parlarmi di suo figlio, dell’ età di dodici anni, che presentava episodi di violenza nei confronti dei compagni di scuola. Il ragazzino, che in generale si mostrava poco interessato agli argomenti scolastici, disattento, svogliato, sembrava particolarmente preoccupato di vivere, nell’ ambito scolastico, una vita da protagonista, da simpatico, a volte un po’ prevaricatore. Nei momenti in cui provava la sensazione di non essere al centro dell’ attenzione, allora i suoi comportamenti potevano arrivare anche a manifestazioni di violenza nei confronti degli altri alunni.
   La famiglia era rappresentata dalla madre, peraltro molto occupata dalla sua attività lavorativa, e dalla nonna materna che lo accudiva durante tutta la giornata. Il padre aveva abbandonato la famiglia quando Filippo aveva soltanto tre anni e la sorella maggiore viveva fuori casa. Filippo non chiedeva spesso del padre, che in tutti quegli anni è rimasto sempre assente, temendo di sentirsi  dire che il papà non lo amava. La madre, molto impegnata e affaticata da un lavoro particolarmente stressante, rincasava la sera, sorretta dal grande desiderio di potersi rilassare e riposare. Questo atteggiamento determinava nel ragazzo un comportamento ostile nei suoi confronti, che rivolgeva le sue attenzioni soltanto alla nonna.

   La madre, su mio consiglio, decise di lavorare con me per capire cosa eventualmente avrebbe potuto modificare delle sue modalità comportamentali per ottenere un migliore rapporto con il figlio, dal momento che fino a quel momento erano falliti tutti i suoi tentativi di “conciliazione” parlandogli e cercando di condividere con lui tutte le sue preoccupazioni nei suoi confronti.

   Sulle prime ho pensato di far immaginare alla madre di trasformarsi nel giovane Filippo, per poter capire, sia pur soltanto con l’ immaginazione, quali potessero essere le effettive necessità del ragazzo. Ne è emerso che il ragazzo avrebbe potuto avere bisogno di sentirsi di più al centro dell’ attenzione nell’ ambito della famiglia. E fu così che Cristina pensò di cominciare ad esprimere tutto il suo amore per Filippo, non tanto con regali o beni materiali, quanto facendoglielo sapere inizialmente in modo indiretto, magari rivolgendosi apparentemente ad una terza persona presente, e lanciandogli dei messaggi di affetto e di interesse, mentre lui era occupato a studiare o a giocare e comunque in grado di ascoltare: “Sai, mamma, siccome voglio un gran bene a Filippo, vorrei portarlo con me a ….”; “ Vedi, mamma, io non potrei proprio stare senza Filippo …”
   Fin dai primi giorni F. cominciò ad esprimersi un po’ di più in famiglia, si rivolgeva più di frequente a Cristina e capitò che in qualche occasione richiedesse il suo intervento. Il tono dell’ umore del ragazzo migliorò, tanto che Cristina decise di migliorare la tecnica, cercando, con discrezione, qualche approccio anche di tipo fisico: qualche carezza, una coccola, utilizzando, in questi momenti anche manifestazioni di affetto verbali. Il risultato fu che F. si avvicinava sempre più alla figura materna, facendo, qualche volta, qualche timida domanda sull’ assenza del padre, cosa che fino a quel momento era success molto raramente.
   Contemporaneamente a Scuola il suo interesse cominciava lievemente ad aumentare, ma soprattutto Filippo andava via via modificando i suoi atteggiamenti con i compagni, diventando più socializzante, abolendo le violenze, e accettando di più anche i momenti in cui non risultava protagonista.
   Decidemmo con Cristina di diradare i nostri incontri, limitandoci a registrare le modificazioni di comportamento del ragazzo, finché essa non si sentì in grado di gestire la situazione autonomamente.
   E Filippo che avvertiva meno forte la necessità di essere al centro dell’ attenzione con gli amichetti, perché in famiglia si sentiva più amato e accettato, concluse l’ anno scolastico positivamente.

Conclusioni:
in questo caso risulta in modo forte e significativo che l’ empatia della madre è stata la chiave per poter aprire un “dialogo” proficuo con il figlio, portando uno stato di maggiore benessere per entrambi.

Alberto Dea

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