“So-stare nel conflitto” è un’esperienza utile per sperimentare la propria assertività in una situazione di antagonismo: un laboratorio di sé, in cui la propria differenza deve manifestare la sua capacità di diversificarsi.

     La relazione con l’altro non è accomodante, ma pone il problema quantomeno della disapprovazione; in tal senso il proprio percorso individuale si sostiene nella propria solitudine.

     Non è l’abbraccio materno del tutto possibile e nemmeno il bagno di applausi ad un successo, ma la solitaria fedeltà alla propria storia e l’assertiva dichiarazione del proprio punto di vista.

     Sia esso la resistenza al conflitto di altri, sia esso la sopravvivenza ad una perdita o ad una separazione affettiva importante, mai come in queste situazioni la presa in carico responsabile della propria individuazione è forte. Non sin tratta di un ritiro egotico (anche se questo può essere una sua fase regressiva salutare), quanto una presenza relazionale difficile, consapevole della propria autonomia e del proprio limite nell’interdipendenza.

     I facilitanti percorsi del conformismo e dell’irresponsabilità delegante sono impossibili; non ci sono altre vie di fuga, se non quella di essere sé stessi, anche contro. Questo “contro” non significa eliminazione del nemico, ma rielaborazione del nemico come opportunità di crescita, in quanto proiezione di una propria paura che si deve ancora affrontare.

     So-stare nel conflitto è un importante appuntamento formativo per sé, in cui saperci stare comporta l’occasione per valorizzare il proprio spazio interno e la propria storia. Saperci stare è la vera arte del conflitto, che lo distingue da guerra e violenza: un’arte che si sviluppa solo in uno spazio interno di respiro dall’agire immediato (di fuga e soluzione del conflitto stesso) e di riflessione.

     I temi di questo appuntamento esistenziale si snodano tra:

  • Assertività come affermazione espressiva del proprio potere personale e non prepotente affermazione di sé, ma nemmeno passivo annichilimento della propria aggressività, pulsione profonda che presidia i nostri confini. Un’assertività mai risolta in un’astrazione ideale, ma sempre da articolare nelle situazioni che la vita ci chiama a vivere;
  • Riflessione sul potere, specie nella sua declinazione comunicativa e quindi teso a costruire nella negoziazione con gli altri i limiti della sua espressione e quindi in una posizione di partenza eguale nella relazione;
  • Il messaggio IO di Gordon come occasione per fare il punto sul proprio punto di vista, senza imporlo nella comunicazione, né escluderlo. Si elimina così la necessità di asservire gli altri alla propria tesi o con tecniche seduttive o di ammaestramento fatto di rinforzi positivi o negativi. La semplice maieutica di lasciare essere gli altri quello che sono o scoprono di essere non genera eteronomie, dipendenze, ma sviluppa le autonomie della propria libertà. Giudizio, valutazione, investigazione, sostegno e interpretazione sono fughe dalla propria ricerca personale.
  • Le radici affettive del conflitto ci riportano alla salutare espressione della propria aggressività e non alla spuntata impotenza del tabù della rabbia (sentimento che sembra socialmente da non vivere). Attraverso la sua esplosione (non implosione) si dà inizio a una relazione sociale capace di creativa diversità e differenziazione . La relazione stessa nutre la sua tenuta in questi scontri-incontri. In questi duelli simbolici si esercita il coraggio di esporsi al rischio e di sostenere la propria fragilità. La ferita narcisistica va oltre il narcisismo nell’apprendimento, purché non scivoli nella violenza e nell’eliminazione dell’altro. Il solitario cammino di un guerriero in mezzo agli altri e con gli altri, la cui corazza è l’umiltà del disarmo e della disponibilità a cambiare.
  • Nel linguaggio gordoniano l’impossibilità di liquidare il nemico si traduce nel metodo senza perdenti, in cui il gioco vinci-perdi si sospende in una negoziazione capace creativamente di spostare la contraddizione antagonistica di bisogni su un piano culturale diverso; anzi: la soluzione al problema si articola nel mantenimento dell’apertura del problema stesso, per metterlo nel tavolo dell’incontro e nella costruzione democratica della sua risposta culturale. Nell’aprirsi al dialogo non si siede nella tutela della soluzione, quanto nella tutela della possibilità di comunicazione e di continua messa in discussione e revisione. La soluzione al problema non si liquida nemmeno nella votazione a maggioranza, quanto caso mai nella scelta collettiva di un gruppo (si è deciso insieme dopo estenuanti ridiscussioni).

Bibliografia:

Thomas Gordon: “ Genitori efficaci” – Ed. Meridiana, 1970
Daniele Novara e Diego Miscioscia: “Le radici affettive del conflitto” – Ed. Meridiana, 1998
Edoardo Giusti: “Autostima” – Ed. Sovera, 2005


          … per una riflessione più teorica 
                                       
                                                                                                                                 Massimo Galiazzo

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