Questa vuole essere la prima , tra altre, riflessioni sul perché di un laboratorio esperienziale o workshop. La domanda, in questa riflessione la rivolgiamo al Gregory Bateson di “ Verso un’ ecologia della mente “. In particolare tessiamo un dialogo ipotetico con l’autore del metalogo : “ Dei giochi e della serietà”.
E’ proprio questo il tentativo di fondo paragonare i laboratori esperienziali di matrice gestaltica a giochi per adulti  e mettersi in ascolto del dialogo tra Bateson e sua figlia, del metalogo su citato.

“ Papà queste conversazioni sono serie ?”
I giochi esperienziali sono “cose serie “ ?
E Bateson : “ l’idea di gioco … io so di essere serio ( qualunque ne sia il significato ) nelle cose in cui parliamo …io so di giocare con le idee allo scopo di comprenderle e metterle insieme . E’ un divertimento nello stesso senso in cui un bambino si diverte coi cubi”.
Quindi il campo di cui stiamo parlando è quello di giochi seri.

Ma come fanno i giochi ad essere seri ?
Secondo Bateson dipende solo dallo stile di partecipazione : “ non baro e non ti preparo trappole : non c’è alcuna tentazione di imbrogliare “. Quindi solo una partecipazione autentica al gioco lo rende serio : questo ci dà indicazioni sia sul modo di conduzione che di partecipazione , che,  semplificando, si potrebbe ricondurre alla necessità di eliminare le possibilità di una partecipazione in autentica ( evasione, finzione che non metta in gioco l’identità , astrazione , giudizio , interpretazione).

Perché questi giochi da adulti dovrebbero godere di una serietà?
I giochi a cui si riferisce li definisce anche “ pasticci”  : “ i pasticci … servono …se tutti parlassimo sempre in modo coerente non faremmo mai alcun progresso ; non faremmo che ripetere come pappagalli i vecchi clichès “.  Da qui si evince che i giochi sono seri perché generano cambiamenti ma nella modalità dei “pasticci”. L’apprendimento che determinano non è una conseguenza logica come uno sviluppo consequenziale di un sistema già impiantato : è più una conversione totale del sistema di riferimento . Perciò il gioco è serio , se condotto e vissuto in un certo modo, perché è capace di rivoluzionare il proprio sistema di definizione . Questo cambiamento non è coerente ma bensì congruente alle proprie radici profonde , fossero  pure di crisi  ( “pasticci” appunto). “ Il sugo del gioco è che noi finiamo nei pasticci , e poi ne veniamo fuori dall’altra parte “ ma ne usciamo come quando si ricostruisce con i cubi, come i bambini.

Ma come funzionano i clichès ?
“ …per parole  e frasi che la gente usa spesso, il tipografo tiene piccole sbarre di lettere già bell’e pronte . E queste frasi si chiamano clichès .” Nei clichès , noi abitiamo i luoghi comuni e non cambiamo veramente : “ i nostri discorsi sarebbero come giocare a ramino senza prima mescolare le carte “ : l’esito sarebbe scontato. Perciò il giocare a pasticci con i cubi ci espone al rischio dell’imprevisto e dell’inedito. Ma solo “ se il tipografo vuole stampare qualcosa di nuovo , per esempio una lingua straniera , dovrà disfare tutte quelle vecchie disposizioni di lettere . Allo stesso modo per pensare idee nuove e dire cose nuove , dobbiamo disfare tutte le idee già pronte e mescolare i pezzi”. Proprio come nei giochi per pasticci.

Ma c’è contrasto nel gioco ?
Certo ! “ La mia idea è che tu ed io stiamo giocando insieme contro i cubi – le idee. A volte siamo un tantino in competizione …su chi dei due riesce a sistemare l’idea successiva . Talvolta uno di noi aggredisce il pezzettino di costruzione dell’altro , oppure io cerco di difendere le idee che ho costruito dalle tue critiche . Ma alla fine lavoriamo sempre insieme per tirar su le idee in modo che si reggano in piedi “. Quindi il gioco ha dentro di sé l’agone e la confrontazione anche fatta di lotta.

 


Il gioco ha regole ?
“La differenza tra un gioco e il divertirsi puro e semplice è che il gioco ha delle regole “. Perciò il gioco richiede una preparazione e una conduzione , mentre il divertimento come semplice evasione no. Ma le regole di cui si dota sono insite nella partecipazione e non sono rigide : “ anche il bambino che gioca coi cubi ha delle regole.. in certe posizioni i cubi stanno su e in altre posizioni non stanno su … vi sono delle regole su come le idee si possono reggere e sostenere a vicenda “ . “Niente colla . Soltanto logica “ : dove probabilmente la parola logica è da intendersi come autentica disponibilità e apertura alla partecipazione e alla comunicazione ( logos= discorso) . Insomma il gioco in cui ci addentriamo è un pasticcio regolato dalla disponibilità a trovarne una forma ( gestalt).

Si può entrare nei pasticci del gioco a caso ?
No, “ il tipografo deve sempre tenere le sue lettere in ordine anche se disfa tutte le frasi bell’e fatte. E poi penso ai nostri pasticci : dobbiamo tenere i pezzetti dei nostri pensieri in ordine … per non diventare matti “ . Ma che “ razza di ordine dovremmo mantenere per non diventare matti quando finiamo nei pasticci ?” “ A me sembra che le regole del gioco siano solo un nome diverso per quel tipo di ordine “. Quindi per “uscire dall’altra parte “ del gioco , la cosa che dobbiamo presidiare è la possibilità di nominare il pasticcio , il suo attraversamento e anche la nuova forma che nasce nel suo seno . “Lo scopo … -del gioco e delle sue conversazioni- è quello di scoprire lo regole , regole che cambiano sempre e non si possono mai scoprire “ ma che noi uomini non possiamo fare a meno di nominare perché se no diventiamo matti.

E poi Bateson scrive “è come la vita “ lasciando al gioco la grande capacità metaforica di imparare a narrarla purchè sia un gioco serio.


Bibliografia:

Gregory Bateson: “ Verso un’ecologia della mente” – Ed. Adelphi, 1977


          … per una riflessione più teorica
                                      
Massimo Galiazzo

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