Ecopsicologia , neologismo di recente acquisizione nel panorama delle terapie : “ un movimento che è più vicino a una filosofia che a una terapia “ e che racconta più una tendenza che un vero campo definito. Organizza , disponendo anche tutte le tecniche terapeutiche , un appuntamento tra psicologia ( e in seconda istanza anche l’educazione e la politica ) ed ecologia. Il termine è apparso per la prima volta nell’università di Berkeley ( California) nel 1989  e in Italia per la prima volta nel 1999. Al di là dei molti risvolti sia sul piano dell’educazione ambientale sia sul movimento politico ecologista , nel piano dei lavori di cura si colloca all’interno delle terapie ad approccio umanistico ( coinvolgendo perciò anche il counseling : rogersiana , gestaltica , psicosintesi , transpersonale e poi parzialmente anche la psicologia analitica di matrice junghiana (Hillman James) , nonché Gregory Bateson e Fritjof Capra ) . Sempre a questo contesto culturale che riflette su più piani sull’ecopsicologia si aggiungono Theodor Roszak ( storico della cultura) , James Lovelock ( scienziato inglese) , Daniel Goleman (psicologo) , Edgar Morin ( sociologo francese) , Arne Naess ( filosofo norvegese).

Non potendo padroneggiare una materia così vasta , ma anche vaga per la sua giovane età né poter definire se si sta parlando di una novità o della riedizione rinnovata di un passato , raccoglierei semplicemente tre  indicazioni : la prima, spostare il luogo della cura in ambiente naturale ( spesso userò ambiente come sinonimo di ambiente naturale) . L’antico problema di costruzione del setting è completamente destrutturato perché l’ambiente è tale perché selvaggio , non addomesticato e perciò non disposto ma casomai incontrato, al più si possono preparare delle accortezze o degli espedienti. In questo c’è la debolezza e la forza di questo invito .
Inoltre raccoglierei anche una seconda indicazione nel leggere il disagio individuale come strettamente connesso a quello che relaziona l’individuo al suo ambiente : come se da sempre fosse in relazione con il mondo sia esso sociale sia esso naturale. L’ecopsicologia ritrova sorgenti di cura nel sentirsi parte dell’ambiente in origine , prima ancora del pronunciarsi della parola io e vede nell’ambiente il luogo più appropriato per le metafore dell’anima. La possibile perdita di padronanza ( potere ) sulla propria vita , in ambiente si ritrova nell’esperienza riequilibrata di un alleanza con esso ( anche semplicemente incontrando il mondo naturale) .
Perciò la terza e ultima indicazione è quella di abitarlo con dei lavori esperienziali o meglio giochi esperienziali.

Per semplificare ulteriormente le indicazioni raccolte e renderle poi agibili userei una metafora : se prendiamo la parola ecopsicologia , la spezziamo e ci teniamo solo le due sillabe iniziali Eco …
Eco è qui usato per parlare di ecologia, ma è anche l’Eco : quel fenomeno naturale per cui urlando in alcune vallate la voce ti ritorna amplificata e distorta a te . E’ un fenomeno acustico che accade in natura ( in valli o gole) purchè vi sia un ostacolo che fa rimbalzare l’onda sonora . Anche se il mito di Eco ( Ovidio e mitologia greca) ci dice che era una ninfa che con il troppo parlare distraeva Era mentre Zeus la tradiva e che è stata punita da Era condannandola a ripetere le ultime sillabe di quello che dicono gli altri , l’eco è testimone fisico di un’esperienza esistenzialmente più profonda : i luoghi parlano o meglio possono parlare . Il fatto che l’ambiente sia capace di parole lo rende umano e quindi predispone un’armonia con esso o una nuova o ritrovata alleanza . I luoghi che parlano o meglio che ci parlano sono luoghi di sereno ri-trovarsi , ma richiedono una disposizione in chi vi entra : è necessario immaginare l’ambiente come un interlocutore con cui entrare in dialogo ( non come un oggetto) . Questo approccio magico , o meglio poetico ( perché nella poesia le cose , il vento , i boschi si animano di emozioni e parole…) è proprio quel riequilibrio di potere del soggetto con l’ambiente di cui parla l’ecopsicologia .


Perciò LUOGHI CHE PARLANO , ma come disporli o disporsi ad essi perché proferiscano parola?
Di seguito provo a delineare alcuni dispositivi che si possono attivare per predisporre e agevolare questo :

1. INVOCARE IL GENIUS LOCI
 
Il GENIUS LOCI è un'entità soprannaturale legata a un luogo, e oggetto di culto nella religione romana. Secondo Servio, infatti, nullus locus sine Genio (nessun luogo è senza un Genio) (Commento all'Eneide, 5, 95). Ma in chiave più pratica e attuale significa immaginare l’ambiente in cui si è come un interlocutore a cui chiedere il permesso per stare e invocarlo per aiutare nei lavori esperienziali : l’ambiente non è un palcoscenico muto ai nostri agiti ma una presenza che si relaziona e modifica , facilita e/o ostacola . Il genius loci è in fondo una semplificazione mitologica della medesima esperienza emotiva e deve essere presentato e chiamato qui in apertura e chiusura delle esperienze : IN- VOCARE significa proprio chiamarlo qui , chiamarlo a manifestarsi . Chiamarlo, chiedere il permesso per stare e la concessione a svelarsi a noi .
Ma invocare significa anche rendere presente l’ambiente alle parole e ai pensieri : come ? Presentarlo : il posto in cui siamo ha un nome , una sua storia e delle sue caratteristiche ambientali, geografiche, fisiche. Non stiamo per vivere un’esperienza in un posto qualunque e questo posto con le sue caratteristiche fisiche influenzerà l’esperienza . Per cui nel chiamarlo, invocarlo , chiedergli il permesso bisogna anche presentarlo .
Un’ attenzione va rivolta anche alla storia della sua antropizzazione sia dal punto di vista schiettamente storico sia mitologico-fiabesco. Perché ? Già così l’ambiente inizia il suo dialogo con le persone perché narra come dei simili hanno costruito la loro alleanza con questo specifico posto e questo può tessere riflessioni con le singole storie dei partecipanti . La storia in un modo , ma anche le fiabe, i miti , le leggende, le suggestioni poetiche e letterarie su quel luogo aprono in modo simbolico gli enigmi profondi tra uomo e abitare l’ambiente , da questo specifico angolo di terra ma anche le possibili alleanze che qui vi hanno tessuto ; non solo, svelano la cifra simbolicamente significativa di quel luogo . Per esempio : una montagna ha miti verticali che parlano si salite e cadute, il mare orizzontali di galleggiamenti e naufragi , una grotta di abisso e interiorità . Ogni ambiente ha una peculiarità esistenziale che il genius loci in genere svela con il suo carattere .

2. EVOCARE GLI SPIRITI ( dialogo ed ascolto) .

EVOCARE = dal lat . E – VOCARE ; E = fuori, VOCARE = chiamare. Chiamar fuori e propriamente chiamare  dal regno oltremondano gli spiriti e le anime e simili. Chiamare fuori è la componente espressiva , in chiave educativa maieutica e in quella gestaltica espressiva ( tenendo conto che l’esplosione di sé è l’inizio della guarigione) : in ambiente la tavolozza del proprio disegno è l’ambiente stesso . Come chiamare fuori gli spiriti ? Amplificando la proiezione individuale mentre lo si abita .

Ma chi sono gli spiriti che riempiono l’aria ? E nella metafora della voce , che spirito parla ? Personalizzare e proiettare parti di sé negli elementi naturali, fa parlare sassi , vento, ruscelli , cime , foreste e pendii : ma chi parla ? La natura oppure noi mettiamo in bocca le parole alle cose ? Noi immaginiamo che il vento abbia un carattere oppure è quella particolare folata di vento a scompaginare la lettura di noi stessi , introducendo un elemento nuovo , non previsto ? La risposta non ha importanza : da sempre noi ci rappresentiamo e ci tracciamo in gestalt usando l’ambiente e l’ambiente ci obbliga con le sue forze ad un adattamento ad esso . Non ha importanza se gli spiriti sono dell’aria o di noi stessi , liberati nell’aria : l’importante è che si manifestino e vengano allo scoperto in un incontro che diventa dialogo. L’ambiente così diventa un teatro fatto di parole e dialoghi in cui dentro e fuori di sé si incontrano e nel dialogo avvengono quelle mediazioni necessarie alla comprensione di sé e di sé e l’ambiente . Il paesaggio non è spettatore ma nemmeno l’individuo che lo attraversa, si appartengono da sempre in un adattamento creativo aggiustandosi da sempre ( gestalt appunto) . Insomma un DIALOGO CON GLI SPIRITI CHE CI ABITANO E ABITANO L’ AMBIENTE , solo così la loro presenza diviene integrazione altrimenti produce fantasmi.

Ma il dialogo richiede un SILENZIO CHE SA ASCOLTARE altrimenti la relazione con l’ambiente diviene solo monologo e non si vive lo stupore di un incontro che ci può cambiare . Chi ascolta ? Entrambi : il paesaggio si fa accogliente se lo abbiamo condotto a noi con l’invocazione mentre la persona mantiene l’ascolto se si sente OSPITE in ambiente che concede la sua esistenza e ogni sua più alta ambizione . Rischio, precarietà , instabilità sono gli elementi emotivi che ricordano che nel mondo selvaggio non si dispone di esso , ma il paesaggio dispone di noi e queste emozioni non sono angoscianti perché così connaturate alla nostra storia di umani sul pianeta Terra. Lo stupore che ascolta perciò trema dell’incontro avventuroso con il rischio , luogo fertile per il cambiamento. Per questo strategie come l’annullamento meccanico di alcuni sensi ( in particolare la vista : bendarsi ; lo sguardo spesso per la nostra tradizione culturale è dominio del paesaggio più che vedere ) riapre la possibilità per gli altri sensi di ascoltare ( odori, parole del vento , rumori degli animali e i loro versi , la propriocezione del corpo cambia a seconda degli spazi) . Interessante anche la VISION QUEST dei nativi americani : nella loro tradizione le crisi identitarie andavano affrontate andando a camminare senza meta nel mondo selvaggio . Lo sciamano li inviava tra le montagne e attendeva il ritorno per ricomprendere il viaggio : ma questo viaggio esteriore - interiore partiva con una domanda di senso ( Quest appunto) che bloccava una vita a cui non si cercava immediatamente una risposta , ma si affidava con il suo dolore al paesaggio in attesa di segni dall’ambiente ( Vision) . L’attesa di segni simbolici dall’ambiente è di nuovo l’evocazione di spiriti che nel dialogo comprensivo integrano tutto ciò che la vita quotidiana ha espulso di noi . Non siamo solo noi a chiamare , ma siamo anche vocati da lui ( da cui vocazione e ispirazione) .
 

3. ADVOCARE GLI SPIRITI GUIDA

AVVOCARE =dal lat. AD-VOCARE ; chiamare a sé , richiedere il patrocinio di qualcuno.( patrono= chi fa da padre). Proprio perché l’ambiente non apre solo lo stupore dell’inedito ma anche il terrore della possibile distruzione di sé e senza questo rischio, incontro e cambiamento non vi possono essere , sono necessari degli spiriti guida. Temporanee figure paterne , che proprio perché paterne in alcuni momenti si sostituiscono alla persona nella guida della propria esperienza : questo per evitare due possibili derive ; la sovraesposizione distruttiva da una parte e il ritiro dall’altra ( vedi anche i vari meccanismi di difesa gestaltici) . L’esplorazione di sé attraverso l’ambiente o dell’ambiente attraverso di sé è e rimane un’esperienza individuale in cui l’attore è la persona stessa ; lo spirito guida fa solo da patrocinio vicariante e dispone gli elementi perché l’esperienza ci sia. Gli spiriti guida sono gli AGEVOLATORI  dell’esperienza , ma anche i compagni che per circostanze si trovano a diventare GUIDE O MENTORI ALLA PARI oppure come alcune tradizioni culturali ci indicano SPIRITI GUIDA NATURALI. Sono o luoghi ( RIFUGI) oppure ANIMALI GUIDA , in cui ci si identifica nelle modalità di esplorare l’ambiente che divengono posti in cui ritirarsi quando la prova è troppo ardua oppure a cui appellarsi per impararne strategie ( animale guida e TOTEM). Possono essere anche OGGETTI NATURALI che portano con sé cifre significative di potere che come AMULETI – ANCORAGGI ridanno forza quando necessario.

4. CONVOCARE

CUM = insieme , VOCARE = chiamare . Chiamare insieme : questo tipo di esperienze sono individuali ma in gruppo. Per cui il gruppo fa da cassa di risonanza e di riflessione per i vissuti individuali , in un continuo rispecchiamento che genera ulteriori integrazioni.

5. CONGEDO

Come l’invocazione di apertura ha una sua particolare pregnanza così dicasi della chiusura . Il congedo è un momento particolare che deve :
• Bruciare, proprio nel senso di dissolvere il vecchio che ci si vuole togliere e quindi restituirlo dissolto all’ambiente che in quanto contenitore più grande può tenerlo
• Ma il nuovo che è giunto attraverso l’esperienza deve lasciare un segno nell’ambiente e negli altri ; per cui può essere previsto un dono agli altri o allo spazio
• Ma anche portarsi via un segno del nuovo che si è conquistato per usarlo come ancoraggio nella vita quotidiana
• Avere uno spazio per un grazie all’ambiente e agli altri per la possibilità concessa


Bibliografia:

Marcella Danon “ Ecopsicologia” Edizioni Urra – Apogeo 2006
Edoardo Giusti, Veronica Rosa “Psicoterapie della Gestalt” Edizioni Aspic 2002


          … per una riflessione più teorica    

                                                                                  Massimo Galiazzo

Collaborano con noi