PAESAGGIRE
Ecopsicologia e sguardo


Guardare o vedere? Due giochi dello sguardo in cui guardare sembra più intenzionato e perciò pilotato da un pregiudizio interno mentre vedere sembra più esporsi ad una apertura totale alla realtà, quindi oggettivo.
Non sarebbe difficile di fronte ad un paesaggio mostrare come il vedere è impossibile e che ogni vedere è sempre un guardare .
Ma quello che mi preme sempre nel contesto dell’ecopsicologia è come abitare un ambiente anche con gli occhi?
La psicoanalisi ci ha insegnato a diffidare della “proiezione” . “Essa consiste nel fatto che l’individuo attribuisce un proprio desiderio o impulso … a qualche oggetto impersonale del mondo esterno “. La percezione del  “ malato mentale” , ma anche dell’ “individuo normale “ che usa “ la proiezione come meccanismo di difesa in troppo grande misura … risulterà gravemente distorta … La capacità del suo io di fare l’esame di realtà verrà considerevolmente indebolita” . Ma anche il bambino nel mondo magico che abita “attribuisce ad altri – persone, animali, od anche oggetti inanimati – i sentimenti che egli stesso prova” . Questo meccanismo di difesa è inconscio e perciò spesso richiede un’ analisi infinita per smascherarlo e quindi non agirlo.
Ma l’invito di questa psicoanalisi è quello di creare un retroscena al paesaggio che viviamo, per discutere e analizzare i meccanismi inconsci e dalla loro consapevolezza trarre finalmente un’uscita dal pregiudizio e dal guardare proiettivo. Usciamo dalla messa in scena, rendendoci consapevoli del teatro che mettiamo in scena. Il paesaggio l’abbiamo colorato noi con le nostre aspettative e aspiriamo al punto esterno fuori dal mondo per essere oggettivi. Analizzare cosa c’è dietro i nostri occhi.
Ma se questo compito fosse infinito perché impossibile? Se nel paesaggio noi stendiamo sempre aspettative e lui risponde a come lo guardiamo?  Inutile il punto zero, siamo sempre un punto dentro il paesaggio, siamo colorati da lui e lo coloriamo nel medesimo tempo. Quel paesaggio magico infantile in fondo non lo superiamo mai se non in irrigidite convenzioni adulte , che proprio perché convenzioni divengono “normali”.
Ma allora la proiezione più che analizzata, va vissuta sicuramente nell’ottica di essere sempre abitati da moventi inconsci e quindi pilotati da pregiudizi . Ma solo nell’esperire le proiezioni e nel ridiscutersi in piccole comunità si vedrà da più punti di vista. Non si è più fuori dall’ambiente, intenti ad analizzare come si guarda, ma si è sguardi dentro l’ambiente: la riflessione ci aiuta a cogliere la parzialità ma anche l’energia che guardare ci dà. Il paesaggio si fa paesaggio attraverso i nostri sguardi, anzi il paesaggio si vede attraverso i nostri occhi, perché non esisterebbe neanche. Sicuri di usare i colori della nostra tavolozza nell’incontrarlo ma anche che sporcandoci di noi e di esso ci riflettiamo integrandoci all’ambiente. Chi guarda chi? Noi o l’ambiente? Chi colora chi di sé? Sono domande che non trovano risposta ma che vivono nell’abitare questo commercio tra noi e l’ambiente . Anzi la disgiunzione sembra innaturale.
In tal senso la psicoterapia Gestaltica  ci dà uno spunto molto vicino a questa idea di contatto organismo – paesaggio: “la sua attenzione – è – sull’analisi del contatto tra organismo e ambiente , piuttosto che sul focus della consapevolezza “ . Abitare l’esperienza dell’ambiente è la sua pratica clinica , le distorsioni casomai saranno nelle “interruzioni del contatto” : la proiezione diviene disturbo quando “ l’organismo attribuisce gran parte di sé all’ambiente, invadendolo e proiettandovi ciò che varrebbe per sé stesso”.
Ma “ i processi empatici, l’identificazione proiettiva, la progettazione del futuro , la creazione artistica e letteraria sono tutte manifestazioni proiettive che includono la capacità di immaginare “ e in quanto tali, sane.
Quindi noi normalmente guardiamo il paesaggio immaginandolo ma il paesaggio nell’incontrarci praticamente con i suoi colori , modifica la nostra visione in un adattamento creativo continuo .
Nel riattivare l’immaginazione nel guardare c’è un’ altra indicazione di cura per l’ecopsicologia . L’invito inoltre indica la poesia come modello per uno sguardo che immagina anzi è immagato. I poeti sono “gli dei tutelari della casa “, cioè quelli che ricordano i segreti di un tempo o di un ‘ epoca su come abitare un ambiente , cioè appunto su come renderla casa .
Proprio per questo è interessante interpellare i poeti del nostro tempo e a noi vicini per vedere il paesaggio e, qui e ora , lo farei con Andrea Zanzotto .
Nella raccolta di poesie “ La Beltà “ (1968) ci dice che nei confronti del  paesaggio ( e il suo riferimento è Pieve di Soligo di oggi) , “compio una critica generale (...) a quello che era stato il mio atteggiamento precedente, che voleva essere estatico nei confronti del paesaggio (...)”. Il “paesaggio” è invece un deposito di tracce e non può essere schermo, perché è leso anch’esso, è macchiato di sangue” . Guardarlo equivale non ad estasi ma ad entravi dentro le sue storie fatte di natura e storie di uomini e chiama questo particolare modo di fare : paesaggire . Paesaggire è stupore ma anche mettere a fuoco le”  lacerazioni della storia e della presenza umana” e nel guardarlo si raccoglie tutto, cose belle e brutte, nobili e non . Guardare perciò comporta “ diffrazioni “ , cioè quando lo sguardo , diverge in molte direzioni anche se vorrebbe concentrarsi in unico punto … semplice  e nitido “, perché il paesaggio lo obbliga. Guardare causa anche “eritemi “ perché talvolta i raggi solari “offendono” . “Diffrazioni, eritemi “ è il titolo di una poesia di “ Il Galateo in bosco” (1978) . Paesaggire è uno sguardo che entra nel paesaggio, nelle sue cronache e nelle sue storie .
Perché paesaggire ? Nella poesia “Gnessulogo” [ da  “ Il Galateo in bosco” (1978) ] , secondo me , ci dà una risposta In un tempo come quello post-moderno che abitiamo, in cui la frammentazione sembra sovrana il ritrovarsi anche identificativo diviene un compito complesso e arduo : ma lo sguardo immagato del poeta riesce a trovare nel disperso ancora le sorgenti. Un posto da cui ricominciare per ritrovarsi è il paesaggio a noi più vicino . Paesaggire è una forma di cura per sé attraverso la curiosità esplorativa e lo sguardo . Se siamo nel nostro tempo dei luoghi anonimi , svuotati della nostra presenza insomma in nessun luogo ( “gnessulogo” come dice la poesia ) ritrovarci non è un gesto solo interiore ma può essere esplorativo nei confronti di dove siamo . Paesaggire è proprio questa curiosità per le storie e le visitazioni dei luoghi che ci danno storia e senso almeno parziale. Perché nel farlo concretamente scopri che “gnessulogo è equivalente “ e questo ti semina il dubbio di una storia unica già cominciata , in cui siamo adagiati e che dobbiamo continuare . Perché paesaggire è “ un invito” a rientrare in sé sulle tracce di ciò che vedi : “ un invito non privo di moine in cui ognuno dovrà trovarsi “ . Paesaggire è un invito fatto di suggerimenti , fatto “ a mani giunte “ , come in una preghiera di vedere più chiaro e con la sensazione di uscirne più “inserito “. In cui si scopre fuori ma anche dentro di essere risorsa e problema ( “ catenina di ricchezze e carenze” ) ma anche tutto il valore e la preziosità di essere un punto di vista ( “ gocciolo di punto di vista tipico dell’infinito quando è così umilmente …”)
Paesaggire, attraverso lo sguardo e l’esplorazione ci integra al paesaggio e a noi stessi.

 


“Gnessulogo”

Tra tuta la gloriola
messa a disposizione
del succhiante e succhiellato verde
di radura tipicamente montelliana
circhi in ascese e discese e – come gale –
arboscelli vitigni stradine là e qui
affastellate e poi sciorinate
in una soavissima impraticità     ah
ah veri sospiri appena accennati eppur più che completi
lietezza ma non troppa
come un vino assaggiato e lasciato – zich – a metà
dall’intenditore che subito via sgroppa
vaghezza ma certo intrecciata
di imbastiture e triangolazioni
di arpeggi  e poi di amplessi boschivi
( è così che bosco e non-bosco in questa pazzia tu coltivi )

Ed è così che ti senti nessunluogo, gnessulogo ( avverbio)
mentre senza sottointesi
di niente in niente distilla sé stesso ( diverbio)
e invano perché     gnessulogo
mai a gnessulogo è equivalente e
perché qui propriamente
c’è solo invito-a-luogo c’è catenina
di ricchezze e carenze qua e lì lì e là
- e chi vivrà vedrà-
invito non privo di divine moine
in cui ognuno dovrà
trovarsi
come a mani ( pampini) giunte inserito
e altrettanto disinserito
per potersi fare, in ultimo test di succhio e succhiello,
farsi yalina caccola, gocciolo di punto di vista
tipico dell’infinito quando è così umilmente irretito …
    
Gale, stradine , gloriole , primaverili virtù…
Ammessa conversione a U
ovunque.

                                 Zanzotto, Il Galateo in bosco .


Bibliografia:
Marcella Danon “ Ecopsicologia” Edizioni Urra – Apogeo 2006
Charles Brenner “Breve corso di psicoanalisi “G. Martinelli Editore- Firenze 1992
Edoardo Giusti, Veronica Rosa “Psicoterapie della Gestalt” Edizioni Aspic 2002
Andrea Zanzotto “Le poesie “ Edizioni Meridiani – Mondadori 1999
Pier Paolo Antonello “Geografie post-moderne. I paesaggi di Marco Paolini “ Articolo.


          … per una riflessione più teorica    Massimo Galiazzo

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