Questa vuole essere un’ulteriore riflessione sul gioco: uno strano parallelo si tesse tra Perls, Hefferline, Goodman “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt" ( 1951 ) e Gadamer “Verità e Metodo" (1960 ). Il tessitore di questa trama è Antonio Sichera, che fa notare che la metafora del gioco è la più indicata per parlare della terapia in Gestalt.
     Hans Georg Gadamer, nasce nel 1900, cresce come filosofo nella riflessione tra il neo-kantismo, Hegel ma cosa più importante è uno degli allievi diretti e più significativi di Martin Heidegger : tutto il suo lavoro perciò è in continuità con il padre fondatore dell’esistenzialismo e la riflessione fenomenologica. Non mi addentrerò sulla complessità e la ricchezza del pensiero di Gadamer relativo alle scienze dello spirito od umane, nonché sulla sua idea di ermeneutica, ma giungo direttamente al tema del gioco.
     Al gioco in “Verità e metodo” dedica la prima sezione del secondo capitolo e lo introduce per illustrare l’esperienza estetica. Nel gioco è “sempre implicita l’idea di un movimento di andare e venire", di un “trovatore girovago “che è costretto a sostare nella zona mediale tra polarità opposte. Lì in mezzo oscilla fino a trovare … forme.
     Le polarità sono molte tra

  soggetto-oggetto
  regole-libertà
  ordine-caos
  fine-non fine
  serietà-finzione
  attività-passività
  sicurezza-rischio
  creare-fruire / attori-spettatori
  chiusura-apertura

     Se proviamo a passare in rassegna le singole zone mediali si potrebbero così articolare:

1. soggetto-oggetto: il gioco è una via della conoscenza e quindi è capace di verità su di sé e sull’ambiente ma non intende la conoscenza nel modo scientifico sperimentale, quello in cui da una parte sta il soggetto che conosce e dall’altra sta l’oggetto conosciuto. Esito di questa ricerca scientifica è la coscienza dell’esperienza. No, Gadamer ci dice che il gioco è evento a cui si può solo partecipare e in cui soggetto e oggetto si intrecciano senza potersi disgiungere. Si conosce standoci e solo in quel contesto. Non "è isolabile dalla contingenza”, il gioco “appartiene al mondo nel quale si presenta": insomma attraverso il gioco si impara ma allo stesso tempo si impara quel gioco.
 Questa mancata distinzione tra soggetto e oggetto è anche un’esperienza della forma gestaltica, che non si chiede della coscienza isolata dall’ambiente, ma gestalt è la forma della relazione tra io e l’ambiente, la modalità del contatto più o meno efficace.
2. regole-libertà: il gioco delimita un campo di azione sia spaziale che temporale (ha un inizio e una fine). “L’ uomo nel gioco si sottomette ad un ordine “e si assume un compito" nel quale si immerge completamente “solo così “raggiunge il suo scopo”. Il “guastafeste “che distrugge il gioco perché non riesce a parteciparvi oppure il “travestito”, che fa finta di giocare non sono nel e del gioco. Ma allo stesso tempo il gioco ha un forte senso di libertà, di assumersi senza vincoli l’iniziativa, “di scaricarsi” fuori dai ruoli del tempo di lavoro (contrapposto al tempo libero a cui appartiene il gioco): anzi è una libertà che si avviluppa nel gioco vincolandosi ad esso, una seduzione che si fa sempre più legame.
 Nonostante il gioco abbia quest’ordine a cui chiede di aderirvi completamente, nel medesimo tempo mette in relazione con il caos dell’infinita possibilità (ordine-caos)
3. il gioco non ha un fine preordinato ed esterno di cui è l’esecutore, Gadamer direbbe si “autorappresenta". Semplificando possiamo dire che lo scopo del gioco è solo giocare. Per cui il suo scopo è far partecipare totalmente ad esso e attraverso questo partecipare, partecipare all’evento della conoscenza (fine- non fine)
4. nel gioco si partecipa seriamente alla sua finzione: chiede una partecipazione seria ma crea una dimensione di finzione. “Nel giocare … è riposta una peculiare sacrale serietà", anche se poi alla fine è solo un gioco: “l’ambiguità non costituisce la debolezza della sua forza oracolare”. Di qui il fatto che il gioco è una via alla conoscenza e alla verità su di sé e l’ambiente. “Nel nostro concetto di gioco si dissolve la distinzione tra credenza e finzione” e sebbene questo sembra escluderlo dalle cose serie,  "la realtà è compresa come gioco”. (serietà-finzione).
5. attività-passività: già l’uso del proprio potere personale nel gioco l’abbiamo incontrato nel rapporto regole-libertà. In questa sede vi aggiungiamo il fatto che “il soggetto del gioco non sono i giocatori, ma è il gioco che si produce attraverso i giocatori". I giocatori sono in balia del gioco: “ ogni giocare è un essere giocato”. In questa perdita di controllo abita il rischio del gioco: “il fascino che il gioco esercita sul giocatore risiede proprio in questo rischio… una libertà di decisione che però nello stesso tempo è minacciata e irrevocabilmente limitata". (sicurezza- rischio)
6. creare-fruire: essendo il gioco un evento di esso fanno parte sia chi crea sia chi vi gioca. Lo stesso dicasi per attore e spettatore: lo spettatore, inteso come passivo osservatore, in questa concezione di gioco non si dà; in questo tipo di gioco lo spettatore è lo spettacolo che va in scena e senza di esso l’evento scenico non si compie (spettatori- attori). Così Gadamer risolve quella che chiama la quarta parete del gioco del teatro; quella degli spettatori appunto che sono il compimento del gioco teatrale. La chiusura dello spazio del gioco chiude la sua quarta parete solo nello spettacolo stesso. Questo spazio che sembra chiuso alla vita reale, che sembra ricreativo in quanto evasione dal tempo serio del lavoro in realtà è nella realtà ed aperto ad esso, influenzandola (chiusura-apertura).
     Il gioco, di cui parla Gadamer, è sia espressivo- artistico (poesia, pittura, scultura, danza teatro…) come evento non appannaggio solo del suo creatore ma anche del suo spettatore ; sia fisico- sportivo od esplorativo dell’ambiente purchè coinvolga la totalità della persona (sul piano emotivo, fisico e intellettuale) e ne lasci i segni, regalando forme. E’ quello che Gadamer chiamerà circolarità ermeneutica dell’opera d’arte ma in questa sede il gioco è la cifra di un ‘esperienza estetica (in gestalt potremmo chiamare esperienziale) particolare.
“Il gioco giunge alla sua perfezione che consiste nel farsi arte “quando genera “una trasmutazione in forma”. Quindi il trovatore girovago tra potenti ed instabili polarità opposte trova forme per sé e la sua relazione con l’ambiente , si forma e dà una forma giocando.
     Gadamer insiste molto su questa capacità del gioco di cambiare anzi trasmutare: scrive che cambiare non è la sua vera essenza, perché il cambiamento non è radicale, cambia solo l’accidente e non la sua sostanza. Trasmutare “significa che qualcosa cambia tutto in una volta e in quanto totalità è qualcosa d’altro”. Nel gioco entrando in contatto con le forze potenti delle polarità opposte si scatena il regno caotico dell’infinite possibilità, dei passati mai stati e dei futuri a venire, le porte aperte su un mondo in cui spira un vento quasi magico e divino in cui il trovatore rischia di essere in balia del troppo o del vuoto ma … certe volte questa forza cessa il suo moto a "finire a vuoto" e genera forme significative che com-prendono tutta la realtà di sé e del proprio relazionarsi al mondo.

      Questo momento epifanico è spettacolo o arte del gioco: nello spettacolo emerge, si ritrova, si rivela, si libera, si riconosce la forma che finalmente per quell’ attimo è la cifra riassuntiva del nostro abitare il mondo;

      # emerge e si rivela la forma nel senso che è anche un manifestarsi dell’esperienza del gioco e non solo un atto del giocatore; sembra un “incantesimo magico” ma non lo è, “viene in luce ciò che è ”da sempre e si era in qualche modo smarrito. Quando si manifesta ci ritrova spesso a dire ma lo sapevo, quasi quella forma forse impolverata nel fondo di noi stessi e ora risorge. In questo senso Gadamer parla di via della conoscenza attraverso il gioco: quando si manifesta  questa organizzazione di senso, questa armonia che solo ora leggiamo è spettacolo della verità.
      # si ritrova anche nel senso di qualcosa che è sepolto nei nostri ricordi e ora viene rispolverato: quasi che conoscere sia un ricordare ciò che già sapevamo e ora il gioco ci stimola a ritrovare. “ritrovamento del vero essere”
      # si libera: “quando comprendiamo… il significato si impone esattamente “oppure “ogni venire all’ espressione ha … carattere di attestazione". Per com- prendere è bene smontare la parola per sottolineare che è un prendere tutto insieme in una forma e quando ciò accade si sprigiona una forza, che si libera da strettoie artificiali. Conoscere dà lo stesso entusiasmo passionale di una liberazione: “il significato si impone esattamente come ci avvince il bello”. Da notarsi che è il gioco che gestisce questo potere non il conduttore o il giocatore: si è avvinti dal bello e il significato si impone, non la ragione di uno dei giocatori.
      # si riconosce: conoscere è riconoscersi in questo modo di giocare. La non distinzione del soggetto dall’oggetto permette di affermare che conoscere l’ambiente equivale a conoscersi , dare delle forme a ciò che si esplora è darsi delle forme, quindi formarsi fino a dire che osservare ed imitare la natura è già creativo perché si applica sempre una forma ad essa.

     Il trovatore girovago di Gadamer solo ora , nello spettacolo della creatività e nel compimento della vera arte del gioco, può dire “il gioco è forma”.

     In tedesco forma è Gestalt e da lì il ponte diretto con questa forma di cura è già implicito. Molte delle suggestioni di Gadamer trovano i propri equivalenti nella terapia gestaltica:

       # una delle modalità di cura della Gestalt è appunto nel lavorare sulle polarità opposte cercandone un’integrazione; riconosciuta come potente forza sotterranea dell’essere umano, l’impasse della contraddizione non può essere liquidata negandola ma deve essere aperta al dialogo. La Gestalt riconosce come autentici dei blocchi di gestione a causa del fatto che le polarità opposte sono entrambe valide e perciò propone di metterle in scena dando loro parole e mettendo in mano al dialogo quella difficile mediazione tra loro che è comunque un adattamento creativo. Nella sintesi verbale di questa integrazione c’è proprio la capacità adulta (o dell’io) di saper stare nella zona mediale, compito umano e molto umano.
       Partecipare al gioco o nella Gestalt all’esperienziale di cura, riconoscendo al gioco più che  a particolari tecniche o abilità del conduttore le potenzialità terapeutiche è un tema di questa stessa terapia che in quanto umanistica si dice centrata sul cliente e per questo mette il terapeuta in una posizione psico-educativa maieutica e di agevolatore più che di conduttore.
       Il guastafeste o il travestito da giocatore nei gruppi gestaltici è il partecipante inautentico; le tecniche gestaltiche mirano anche a provocarlo pur di conoscerlo autenticamente. Giocare sul serio è la base per un’alleanza terapeutica, cioè quella fiducia di base che garantisce almeno il 50% della realizzazione di una cura.
       #  Il rapporto tra la fifura e il suo fondo magmatico e caotico in Gestalt è lo stesso gioco di polarità ordine-caos: la figura emerge dal suo fondo senza mai emanciparsi del tutto (astrazione desituata) ne perdere il dialogo con essa.
       #  Il vuoto fertile come preliminare di avvicinamento all’esperienziale gestaltico è sempre in sintonia con la relazione ad un evento, come il gioco, che è autoriferito. Non può essere programmato, il suo senso lo svela nell’abitarlo e richiede un’esposizione che è anche rischio. Allo stesso spunto potrebbe essere ancorato il discorso della necessità di esperire il qui e ora, per evitare fughe progettuali.
       Le ricadute nella vita concreta dell’esperienziale gestaltico sono sostenute dal fatto che in questo particolare spazio si vive l’autorizzazione a sperimentare ciò che ci si era negato come possibilità, integrandolo al repertorio di movimenti a nostra disposizione: giocando ci si autorizza alla creatività esportabile per contagio anche altrove. Di qui il confine finzione e realtà è particolare come nel gioco.
      #  Il gioco nelle volute seduttive che ci entusiasmano ci vincola dandoci forme, ruoli e limiti senza entrare nel clima giudiziario del premio-punizione. Ma chi ha potere nel gioco esperienziale? Il gioco stesso: il conduttore diviene agevolatore, il cliente si avvicina con curiosità e fascino che lo porta liberamente ad esporsi ma il gioco del gioco, lo gioca e si trova trascinato dove non immaginava. Perfino in un cambiamento di sé. “Non si tratta insomma di un’esperienza straniante, che sottrae lo spettatore alla consapevolezza di sé, ma anzi di un evento che la sollecita perché essa raggiunga il culmine delle proprie possibilità di concentrazione".
      #  In questo medesimo clima il cliente non sa se si è trovato tra le mani qualcosa di nuovo di sé oppure se se lo è creato. Per cui partecipare è l’attivazione necessaria per cambiare.
       Lo spettacolo e l’arte del gioco in Gestalt sono l’uscita della terapia o cura: emerge e si rivela quello che da sempre il cliente cercava e ora ritrova in sé come dissepolto, ritrova una verità interna ma anche esterna, quindi si riconosce e nel medesimo tempo conosce. Proprio il manifestarsi di questo genera nuova energia, liberata dalla chiusura di gestalt inconcluse.

      Rimane di fondo che oggetto di cura nella terapia gestaltica è la modalità di relazione io-ambiente che nel linguaggio gadameriano è l’eperienza estetica: è la modalità con cui si esperisce questa relazione che evidenzia l’alleanza creata con il mondo e proprio alla creatività si può affidare nuove modalità di abitarlo, magari più efficaci e meno dolorose.

Bibliografia:
o Antonio Sichera “A confronto con Gadamer: per un epistemologia ermeneutica della Gestalt” in ”Psicoterapia della Gestalt – Ermeneutica e clinica" a cura dell’ Istituto di Gestalt – HCC – Franco Angeli editore.
o Hans Georg Gadamer “Verità e metodo” Edizione Bompiani; traduzione e cura di Gianni Vattimo 1983.


          … per una riflessione più teorica    Massimo Galiazzo

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