Ritornando nell’esplorazione dei giochi in natura: dopo averli sondati con la voce “I luoghi che parlano”  e averli visti “Paesaggire” , come toccarli? Qualsiasi esperienziale in natura è un viaggio che si ferma sulla domanda: un viaggio interiore o esteriore? Esplorare un ambiente equivale a scoprirsi interiormente? Con una particolare conduzione, sì. In questo caso il testimone doveroso va alla Gestalt e all’organo di senso del tatto: la pelle.
Il più gigantesco dei nostri organi di senso è senz’altro la pelle che mobilita ben due metri quadri della nostra superficie, il 70% della nostra circolazione sanguigna e la quasi totalità delle nostre terminazioni nervose. Ma ancora ci sono stretti legami fra pelle e cervello che  non dovrebbero sorprenderci dal momento che tali organi derivano entrambi, in gran parte, dal medesimo foglietto embrionale: l’ectoplasto, che successivamente ha costituito l’epidermide ma anche altri organi di senso (bocca, naso, orecchie ed occhi) e ovviamente l’insieme del sistema nervoso. E se il grande nobile pensiero e il mito del nostro io fosse solo un’evoluzione raffinata della pelle e del suo umile contatto con il mondo? Questa guaina di confine che proprio perché di confine è anche in contatto con l’ambiente e ciò che non siamo, che proprio come la membrana cellulare presiede a far entrare ed uscire elementi, molecole preservando un’organizzazione che ci distingue dal mondo senza smarrirci e lasciandoci la sensazione di essere centri di una volontà.
Proprio con il tatto allora è possibile viaggiare fuori e allo stesso tempo dentro, perché lì, a filo di pelle questa distinzione non è così netta eppure viene continuamente, proprio lì, ribadita.
Il sé così viene inteso nella psicoterapia gestaltica: non tanto un’entità, un’istanza, un concetto ma un processo che caratterizza la maniera tipica in un momento dato e in una situazione data di stare con ciò che ci è attorno. Uno stile che distingue, non rigido ma in continuo mutamento nel gioco “permanentemente creativo di assestamento, in una consapevolezza tanto delle sensazioni esterne derivate dall’ambiente, quanto delle pulsioni creatrici interiori derivate dall’organismo”. Nel confine/contatto si gioca il sé dell’individuo e del suo stile di essere al mondo. Il sé si ritrova nel suo commerciare con il mondo i suoi bisogni e si rinnova in ogni scambio, come una “membrana osmotica “che si riscopre nell’ “atto stesso del mutevole confinare”. Vive da sempre nella sua fragile ricerca, l’avventura di scoprirsi forma: “oggi più che mai l’elaborazione della propria debolezza è il capolavoro possibile della vita di ognuno”, proprio nel luogo che ci è più naturale, l’incontro. Questo sé è l’organizzazione che si espone al rischio dell’esperienza , che si riorganizza in essa, che si ascolta, che si adatta alle forze dell’ambiente ma anche che modifica il medesimo  (“contemporaneamente attivo e passivo”) e poi digerisce il tutto assimilandola al proprio racconto, la propria storia. L’egoità viene deposta, “transitando in tal modo dal disagio dell’umiliazione alla solida libertà dell’umiltà”, sempre disponibile a nuovi apprendimenti.

Le tappe del con-tatto

Le tappe del contatto secondo la Gestalt e nella traduzione di Serge Ginger  sono:


1.  Pre-contatto: da un vuoto di desiderio, pian piano emerge l’eccitazione e si mette a fuoco un bisogno che quel luogo può rispondere. Tra corpo e ambiente proprio sulla pelle si muove l’eccitazione: l’esplorazione da indifferente si fa eccitante.
2.  Contatto: sempre più a fuoco viene fuori l’oggetto che desta il mio bisogno e la mia eccitazione, chiarendosi dalle nebbie indistinte dell’energia che mi ha già iniziato a mobilitare. L’io, la parte più consapevole di me, sta già agendo un bilancio tra bisogno e risorse presenti, effettuando la scelta della strategia più efficace e più responsabile (capace di rispondere).
3. Contatto pieno: confluenza sana in cui organismo e ambiente si fondono per nutrirsi reciprocamente. Gli stati di smarrimento cosmico, di orgasmo, di sentimento “oceanico” ma anche panici, di estasi sono tutte confluenze nutritive. Nel caso del contatto pieno la fusione avviene solo dopo l’azione agita consapevolmente e volontariamente.
4.Post-contattto o ritiro: fase finale di digestione; il contatto per essere nutritivo e divenire ricordo che si addensa nella mia storia ha bisogno di ritiro e di essere smontato nella masticazione e rimontato nella mia storia.
5.Vuoto fertile: un vuoto indifferente creativamente e quindi disponibile a ricominciare un altro ciclo di contatto-ritiro.

Ogni fase e lungo tutto il ciclo possono intervenire dei meccanismi di difesa per evitare il contatto stesso che possono essere più o meno sani, che raccontati a pelle sono:


1.  Confluenza: l’incontro con il mondo è senza pelle e perciò non mi distinguo più da tutto il resto.
2.  Introiezione: la pelle è diventata troppo permeabile e mi entra tutto; quello che entra detta legge dentro di me, lasciandomi passivo esecutore. Sono in preda dell’ambiente.
3.  Proiezione: la pelle non incontra più l’ambiente reale perché fuori è pieno di me. Gli oggetti che avevo dentro erano troppo ingombranti e li ho messi tutti fuori, ma ora fuori non incontro più niente se non ciò che vi ho messo io.
4.  Retroflessione: avrei voluto tanto ma dietro la finestra di casa non sono riuscito ad uscire per andare a vivere quell’ avventura. Non rimane che un amaro solitario di parole senza incontro, in cui da solo compenso ciò che non ho vissuto.
5.  Deflessione: sapevo quello che volevo ma sono tornato a casa con un sostituto, magra consolazione.
6.  Egotismo: la pelle è diventata una corazza e posso ritirarmi nel mio castello in cui c’è già tutto ciò di cui ho bisogno. Non ho più bisogno del contatto.

Parole a fil di pelle

La Gestalt, già dal suo fondatore Perls, pensa il rapporto con il corpo come una continua “navetta “ che va e viene dal corpo alle parole e viceversa. L’ascolto del corpo, delle sue senzazioni, dei microgesti, delle variazioni metaboliche o di respiro è necessario e vanno amplificate, ripetute e ingigantite finchè non divengono parola: solo allora divengono interlocutori dell’io e dalla mediazione del dialogo nascerà l’integrazione. E’ “necessario donare parola … prima di interrogarsi sul significato”  alle parti del corpo, alle cose che abitano i luoghi dell’esperienza. Non riassumerli in spiegazione ma incontrarli e farli parlare. Lo stesso vale per le emozioni, solo se esprimeranno ciò per cui premevano saranno sazie e non vivranno come dolorosi fantasmi: le emozioni che nascono a fil di pelle.

                “nel momento in cui affiora ( l’emozione) , con molta cautela l’accolgo quando si   arrischia di uscire dalla sua tana, cerco di riconoscerla e parlarle, né troppo presto né troppo tardi Lei viene prima delle parole, per cui se le metto in bocca ciò che non dice svanisce, interrompe l’emozione e si rintana, ma allo stesso tempo se non trova parole si vanifica. Il mio obiettivo non è quello di padroneggiare le emozioni ma addomesticarle  (renderle di casa) evitando con cura sia il loro straripamento che il loro inaridimento”

La parola, di cui sta parlando Ginger, in questo scritto è quella che con-tiene, non che costringe l’emozione. All’interno del continuo richiamo di consapevolezza al continuum spazio-temporale, cioè alla presenza, nasce la parola: in Gestalt il qui e ora è l’unico luogo di cura, in cui passato e futuro sono solo evasioni utili per abitare qui. Proprio l’essere presente all’ambiente ri-immerge la persona in un bagno sensoriale e dalla pelle emergono le forme che identificano. Ecco perché altrove ( vedi “I luoghi che parlano”) si accenna ad un rapporto con l’ambiente quasi animistico, tessendo un dialogo con tutto: nominando le cose, personificandole, impersonandole, facendole parlare si trasforma lo sfondo dell’esistenza in un teatro per il dialogo, che a parole integra la nostra alleanza con esso.
Ma la Gestalt come amplifica il corpo e le emozioni per donargli parola, fa anche l’inverso: fa in modo che chi parla  agisca le parole nell’esperienza, in modo che incarnarle nella vita non sia la coerenza ideologica a ciò che si deve, ma che si impari e ci si corrompa nel viverle. Il lato più teatrale della Gestalt presiede proprio a questo mettere in scena ciò che si dice per adattarlo nel fare e farsi modificare dall’esperienza stessa. Mettere in atto i propri discorsi, impersonare intuizioni significa nuovamente attivare un dialogo reale di integrazione. Il mettersi in gioco delle parole provandole sulla pelle, per vedere se sono vestiti vestibili nella realtà o richiedono aggiustamenti. Questo vale sia per le parole portate dai partecipanti o dai conduttori, quanto quelle parole che vengono dal passato e hanno segnato alcuni luoghi con storie, leggende, fiabe, ricerche: insomma simboli e archetipi che il tempo e gli uomini hanno lasciato ad indicazione enigmatica sul modo di abitare la vita e in particolare quei luoghi o quelle cifre esistenziali. Queste preziose, quanto enigmatiche, tracce dell’esistere nei laboratori esperienziali in natura vanno abitate e messe in atto più che rilette. Abitate nei luoghi in cui sono sorte per restituire loro tutta la ricchezza polimorfa di tutti i sensi, non solo quelli di contenuto, che nascondono ancora in sé e rimangono irrimediabilmente non esplicitabili se non nel farne esperienza ( altrove le abbiamo chiamate genius loci vedi “I luoghi che parlano”). Ecco perché tra i laboratori proposti c’è anche l’idea di “incamminarsi in una fiaba”: proprio per esplorare, drammatizzare, abitare ed entrare a pelle in un archetipo nel luogo preciso (non qualsiasi luogo) che l’ha visto sorgere.

In conclusione in questi viaggi esperienziali non si distingue interiore da esteriore se non grazie alla pelle, che rimane il protagonista del viaggio.


Bibliografia:
o Serge Ginger  “ La Gestalt Terapia del con-tatto emotivo ” Edizioni Mediterranee – ristampa 2009
o Spagnolo Lobb “Psicoterapia della Gestalt – Ermeneutica e Clinica “ Franco Angeli- 2001
o Duccio Demetrio “L’educazione interiore – Introduzione alla pedagogia introspettiva” La Nuova Italia 2000


          … per una riflessione più teorica  

                                                                                                   Massimo Galiazzo

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